Roberto Vecchioni e il suo nuovo “Io non appartengo più”.


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Disco di inediti in uscita ieri di Roberto Vecchioni: “Io non appartengo più”,   a sei anni da “Di rabbia e di stelle” del 2007. Prodotto e arrangiato da Lucio Fabbri:

“E’ un album concepito in sala di registrazione, anche, dai suoni, anche se sapevo già cosa ci avrei cantato sopra”, ci racconta e poi…ancora:

“Io non appartengo più” non è un disco politico. “Investe molto di più della politichetta italiana, che conta per la percentuale minima dell’album. La mia non è una non appartenenza alla politica italiana, come quella Gaber. E’ molto di più, il tema va più dell’Italia, è mondiale. Non mi riconosco nella globalizzazione, nei media. E’ un’analisi che dovrebbe essere filosofica, più che di spettacolo. Non mi riconosco nel digitale, nelle cose troppo veloci – devo avere un riparo. E il mio riparo è l’umanesimo. Mi pare che non ci sia un sostegno, oggi, nessun punto di riferimento. Ciò in cui credi ti delude in un attimo. Non si può riempire la testa dei ragazzi di canzonette, bisogna raccontargli anche altre cose. Non ci sono queste divinità estreme della vita. La divinità estrema della vita è credere negli uomini. Tutti gli altri sono falsi miti in cui non mi riconosco.”.

“Non è un disco malinconico, non sono un passatista, non rimpiango periodo passati”, continua Vecchioni. “I miei ricordi li ho tutti dentro. Io in questo momento non vado contro i Mulini a vento, io rallento, mi godo il mio stallo e le cose che mi sono guadagnato in 70 anni. Non c’è niente da voltarsi e piangere. Devo solo resistere. Non voglio che nessuno entri nel mio ring. Il mio modo di affrontare la vita è di tornare nel mio umanesimo, sperando che un po’ di umanesimo torni nel mando”.
In riferimento alla “candidatura” al Premio Nobel  dice: “Non lo vincerò mai… Il mio premio l’ho già vinto. Mi hanno letto tutto e mi conoscono più in Svezia che in Italia, dove mi insultano” –  quasi ad eludere  volutamente o apparentemente  i dubbi e le polemiche sulla sua consistenza e rivelati da un articolo del Corriere della Sera.
Prevista per il 7 novembre la data “zero” del suo Tour a Crema  e poi a Milano il 14 al Teatro Nuovo, fino al 21 dicembre, Firenze, Teatro Verdi – e poi di nuovo a gennaio.

[notizie estrapolate da rockol.it]

One comment

  1. Lunedì ho sentito l’intervista di Vecchioni fatta da Paola Gallo a Radio Italia, hanno fatto sentire un brano “Ho conosciuto il dolore” che definire una poesia è poco. Vecchioni ha detto sarà la prima e ultima volta che passerà in radio, sicuramente sarà così più che cantare lui recita questo testo con un sottofondo musicale. A me è piaciuto parecchio mi faceva piacere condividerlo con voi, ciascuno di noi può riconoscersi in qualche parte di questo testo.

    Ho conosciuto il dolore
    (di persona, s’intende)
    e lui mi ha conosciuto:
    siamo amici da sempre,
    io non l’ho mai perduto;
    lui tanto meno,
    che anzi si sente come finito
    se, per un giorno solo,
    non mi vede o mi sente.
    Ho conosciuto il dolore
    e mi è sembrato ridicolo,
    quando gli dò di gomito,
    quando gli dico in faccia:
    ”Ma a chi vuoi far paura?”
    Ho conosciuto il dolore:
    era il figlio malato,
    la ragazza perduta all’orizzonte,
    il sogno svanito,
    la miseria dopo l’avventura;
    era il brigante all’angolo
    che mi chiedeva la vita;
    era il presuntuoso tumore che mi porto dentro
    da una cellula impazzita;
    era Dio, che non c’era
    e giurava, ah se giurava, di esserci;
    la sconfitta patita,
    l’indifferenza del mondo alla fame
    alla povertà, alla fatica;
    l’ho conosciuto
    e l’ho preso a colpi di canzoni e parole
    da farlo tremare,
    da farlo impallidire,
    da farlo tornare all’angolo,
    pieno di botte,
    che nemmeno il suo secondo
    sapeva più come farlo di nuovo salire sul ring,
    continuare a boxare.
    E, un giorno, l’ho fermato in un bar,
    che neanche lo conosceva la gente;
    l’ho fermato per dirgli:
    “Con me non puoi niente!”
    Ho conosciuto il dolore
    ed ho avuto pietà di lui,
    della sua solitudine,
    di questo cavolo di suo mestiere;
    l’ho guardato negli occhi,
    che sono voragini e strappi
    di sogni infranti:
    “Ti vuoi fermare un momento?”, gli ho chiesto,
    ”Ti vuoi sedere?
    Vieni con me,
    andiamo insieme a bere.
    Hai fatto di tutto
    per disarmarmi la vita
    e non sai, non puoi sapere
    che mi passi come un’ombra sottile sfiorente,
    appena-appena toccante,
    e non hai vie d’uscita
    perché, nel cuore appreso,
    in questo attendere
    anche in un solo attimo,
    l’emozione di amici che partono,
    figli che nascono,
    sogni che corrono nel mio presente,
    io sono vivo
    e tu, mio dolore,
    non conti un cazzo di niente”.

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