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15/03/2018 – 23:10 #RAI3: OSSIGENO Gizmodrome, Brunori SAS, Gipi, insieme agli Afterhours, protagonisti della puntata


I Gizmodrome, Brunori SAS, Gipi sono, insieme agli Afterhours, i protagonisti della puntata di “Ossigeno” in onda  in seconda serata, giovedì 15 marzo, su Rai3 alle 23.10.
I Gizmodrome sono una super band formata da Stewart Copeland, il batterista dei Police, Adrian Belew, chitarrista di Frank Zappa, Talkin’ Heads, David Bowie e King Crimson, Mark King, bassista e fondatore dei Level 42, e Vittorio Cosma, che è il direttore musicale del gruppo, tastierista, produttore di spicco della musica italiana.
Con i Gizmodrome Manuel Agnelli suonerà “Don’t Box Me In”, il brano scritto da Copeland per la colonna di “Rusty il selvaggio”, il film di Francis Ford Coppola.
Brunori SAS, che animerà un’intervista ispirata a una divertita ironia, eseguirà, insieme agli Afterhours, “La verità” e “Kurt Cobain”.
Manuel Agnelli con la sua band, Afterhours, proporrà “Né pani né pesci” e “Shipbuilding”, il capolavoro antimilitarista di Elvis Costello.
Alla puntata parteciperà Vincenzo Vasi, multi strumentista e compositore, che si produrrà in un brano per voce e Theremin, strumento elettronico inventato nel 1917.
Redazione

08/03/2018 – 23:10 #RAI3: OSSIGENO Ospiti: Editors, Maneskin e Afterhours


Gli Editors, i Maneskin e gli Afterhours sono i protagonisti musicali della terza puntata di “Ossigeno”, il programma condotto da Manuel Agnelliin onda giovedì 8 marzo, alle 23.10 su Rai3. Da anni ai vertici delle classifiche inglesi ed europee, gli Editors presentano, in versione acustica, “Smokers Outside The Hospital Doors”, uno dei titoli più celebri del loro repertorio e “Violence”, title track del nuovo album. Poi saranno intervistati da Agnelli. I Maneskin, gruppo rivelazione della nuova scena italiana, suoneranno il loro singolo, già disco di Platino, dal titolo “Chosen”. Il terzo appuntamento di “Ossigeno” si aprirà con un omaggio ad Allen Ginsberg, il più grande poeta della Beat Generation e vedrà in scena gli Afterhours in due dei brani più celebri del loro repertorio: “Non voglio ritrovare il tuo nome” e “Quello che non c’è”. Al centro della puntata l’incontro con il professor Claudio Strinati, storico dell’arte di fama mondiale, che delineerà dei percorsi che uniscono Leonardo Da Vinci, Caravaggio a Batman e Lou Reed. Ci sarà anche Enrico Gabrielli, collaboratore degli Afterhours e autore di musica contemporanea, che farà eseguire al pubblico una partitura per battito di mani ispirata a “Clapping Music” di Steve Reich, uno dei padri del Minimalismo musicale.
Redazione

AFTERHOURS: MANUEL AGNELLI, STORICO “LEADER” DEL GRUPPO, SU “ROLLING STONE”, DISINTEGRA IL “FIGH*TTUME MUSICALE” DEGLI ULTIMI ANNI


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Per chi fosse digiuno o quasi di musica “alternativa” di più di vent’anni fa, vale la pena ripercorrere almeno le tappe principali della carriera del noto gruppo “indie rock” degli Afterhours, costituitosi a Milano nella seconda metà degli anni ’80. Dapprima interpreti di brani in inglese, come “All the good children go to Hell”, in cui sono fin troppo percepibili gli influssi dei Velvet Underground, mentre si succedono esibizioni in contesti internazionali, come al “New Music Seminar” di New York e a Berlino, con l’album “Germi” (1993) si lasciano tentare da un cambio di rotta, optando per l’italiano, il suono comincia ad avere aperture melodiche, anche se ancora molto “punk”, con ispirazioni “noise”, psichedeliche e post-grunge, nei testi, elementi lirici, anarchici, sarcastici, beffardi e sensuali. Il capolavoro è del 1997 “Hai paura del buio?” una furia “hard rock” che non disdegna “pop” melodico e “space rock”, nel 1999, con “Non è per sempre”, si apriranno a sonorità meno ruvide e aggressive, con tanto di violini e violoncelli, “Quello che non c’è”, del 2002, segna il grande successo di pubblico, con scenari più intimisti dominati da senso di vuoto, rassegnazione e cupezza, dovuti alla perdita di valori e punti di riferimento, del 2014, invece è l’edizione speciale di “Hai paura del buio?”, che si avvale della collaborazione di artisti di spicco italiani e stranieri, oltre a proporre il complesso in una formazione arricchita di nuovi componenti a seguito di abbandoni di musicisti di lunga data.

Intervistato dalla rivista “Rolling Stone”, Manuel Agnelli (13/03/1966), “leader” del gruppo, demolisce in blocco la musica attuale, senza fare nessuna eccezione, anzi, probabilmente, l’espressione più indicata per questa operazione spregiatrice ce la suggerisce proprio il titolo di un suo provocatorio singolo del 1998 “Sui giovani d’oggi ci scatarro”, in altri termini ora, nel citato articolo, afferma “La nuova generazione di cantautori e musicisti è figlia di un’estetica che li ha condizionati troppo: sono carini, simpatici e pettinati meglio di noi, ma il messaggio che lanciano non ha la forza di quello della generazione degli anni ‘90 …. noi parlavamo con la pancia, con una sincerità non mediata” e sembra deluso dalla stessa Milano, sua città natale, determinante per la sua formazione artistica, un tempo, ritiene, ricca di stimoli, dotata di una marcia in più, oltre che all’avanguardia in molti campi, quasi una Woodstock italiana e ora alla mercé di quello che definisce “il figh*ttume” che l’ha spogliata di questo suo ruolo “Milano prima era una bomba rivoluzionaria, non solo nell’arte e poi è diventata sempre più attenta solo alla grafica, all’immagine e alla moda”, una visione senza spiragli, se corrispondesse pienamente al vero, ma non risente un po’ troppo dell’irriducibile antagonismo rivoluzionario di cui si è sempre ammantato il soggetto da cui proviene? Che i cantanti d’oggi non siano “brutti, sporchi e cattivi” e, ci piace aggiungere, in prevalenza non inclini al turpiloquio, non significa che non possano lanciare, anche attraverso brani apparentemente a tematica sentimentale (ma non sono gli unici), messaggi impegnati tutt’altro che insignificanti e anche il capoluogo meneghino, suvvia, non ha subito chissà che processo involutivo dal punto di vista della circolazione di idee anticonvenzionali e del radicarsi di tendenze progressiste, ma Agnelli perché si possa parlare di “impegno”, preferirebbe, forse, un ritorno agli anni della contestazione, del terrorismo politico, del “piombo”, o dell’esasperazione ideologica al servizio di fazioni in guerra fra loro?

Certo, l’articolo dissipa ogni dubbio sull’atteggiamento supponente del “frontman”, da cui si deduce che gli unici artisti “alternativi” e sperimentatori degni di questo titolo dell’ultimo ventennio sarebbero gli “Afterhours” anche se, bontà loro, seppure senza volerlo, il “Si stava meglio quando c’eravamo noi” suona comicamente e curiosamente come una vaga eco del sentitissimo “Quando c’era lui, caro lei” di Giorgio Bracardi negli irresistibili panni del federale Romolo Catenacci (ndr nella trasmissione “Alto Gradimento”)

Redazione: by Fede

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